MCS: 25 anni di onorata carriera

Il Master in Comunicazione della Scienza “F. Prattico” compirà 25 anni nel 2018, rendendolo uno dei più antichi e duraturi corsi di specializzazione del suo settore. Quanto sono lunghi 25 anni? È il tempo necessario a rendere assolutamente banale, addirittura scontato, l’invio “delle cosiddette email”, quando ancora l’utilizzo di internet, e non della carta, era una “frontiera”, una “vera e propria rivoluzione”. Così come, allora, apparve rivoluzionaria l’iniziativa di creare un momento di formazione in cui si confrontassero giornalisti e scienziati.

Iniziato nel 1993 come una serie di seminari per giornalisti, dal 1994 fu denominato Master in Comunicazione della Scienza, quando ancora il titolo di Master non esisteva in Italia. In questi anni non solo il nome è cambiato, ma anche la struttura e le competenze che insegna, sempre alla ricerca dell’aggiornamento e del miglioramento. In 25 anni di onorata carriera MCS ha formato più di 350 comunicatori della scienza.

Riproponiamo qui la trascrizione integrale di uno dei primi articoli in cui si parlava di questa novità assoluta e pionieristica nel panorama italiano ed europeo. L’articolo è apparso nel dicembre del 1993 su “Il Manifesto” a firma di Gianfranco Bangone.

(la trascrizione riporta il testo in maniera letterale, comprende anche i refusi del testo originale)

La nuova frontiera di Trieste

Il mondo della ricerca e quello dei media si incontrano nei seminari della SISSA

TRIESTE. Trieste ha probabilmente l’unico parco scientifico italiano. Sulla litoranea che dall’aeroporto porta verso la città si intravedono le strutture di cemento che ospitano gli istituti universitari. Si tratta di una presenza vistosa – per numero di docenti e di studenti – ma anche per impianti di valore europeo. Recentemente infatti è stato acceso il primo fascio di “Elettra”: si tratta di un acceleratore che consente di effettuare delle analisi e delle misure e che dovrebbe interessare le ricerche industriali e biomediche. Elettra è una specie di potentissimo microscopio che secondo gli specialisti dovrebbe consentire più di qualche rivoluzione. Si tratta di “big science” – l’impianto è costato circa 300 miliardi – ma stavolta, almeno così si promette, con ricadute nella vita di tutti i giorni.

Fra le tante attività del parco scientifico di Trieste la Scuola internazionale di studi avanzati – chiamata familiarmente Sissa – ha organizzato una serie di seminari finalizzati a un corso di specializzazione in giornalismo scientifico. Il primo seminario si è già tenuto a dicembre – aveva per tema la biologia molecolare – e il secondo, in questo fine settimana, si è occupato di fisica della materia condensata. I prossimi due si occuperanno di scienze cognitive e di genetica delle popolazioni. Le finalità del corso, come ha spiegato il direttore del Laboratorio interdisciplinare per le scienze naturali ed umanistiche, Fantoni, sono di garantire il migliore “interfaccia” possibile fra la comunità scientifica e il mondo della comunicazione. Non si tratta di un compito facile – perché sia la divulgazione che la cronaca scientifica non coinvolgono semplicemente ricercatori e giornalisti – ma è sembrato evidente a tutti che questo delicatissimo rapporto vada migliorato non solo per migliorare la credibilità dei due soggetti, quanto per aiutare la “democrazia cognitiva” (il termine è stato usato da Mauro Ceruti che ha partecipato a un dibattito con Magris, Longo e Zanarini).

Così, per la parte propriamente scientifica, Tosatti ha tenuto una relazione sulla fisica degli stati condensati, una sorta di panoramica e degli sviluppi futuri che si attende dalla materia. Franco Prattico ha tenuto una relazione sulla superconduttività ad alta temperatura nella “visione” dei media, e Bonora ha lungamente parlato dell’ingresso delle nuove tecnologie nella comunicazione scientifica. Lettere, fax, e copie degli articoli in via di pubblicazione, ormai soccombono alle linee dedicate via computer i laboratori si scambiano non solo messaggi – la cosiddetta “posta elettronica” – ma anche sintesi di lavori. In pratica si apre la possibilità di nuove forme di collaborazione, ma la novità più vistosa è che anche piccoli centri possono accedere al “tam tam” della comunità in tempo reale (in passato ricevevano copie degli articoli anche con sei mesi di ritardo rispetto agli istituti più blasonati). Si tratta forse del primo passo verso un circuito di riviste scientifiche che non utilizzeranno più la carta ma le linee dedicate, se si arriverà a questa frontiera si tratterà di una vera e propria rivoluzione.

Le dinamiche caotiche hanno avuto in questo seminario una particolare rilevanza. Luciano Pietronero ha “combinato” problemi squisitamente scientifici e difficoltà di “traduzione” da parte dei media. La risultante si situa su una sorta di equilibrio instabile che può portare a scelte definite “discutibili” in termini di ripartizioni di fondi. A tornare in campo è una sorta di amichevole contrapposizione tra small e big science che ha animato la discussione nell’arco di due giorni. Sempre sul caos è tornato Giovanni Paladin che ha trattato le dinamiche dei sistemi non lineari, portando l’attenzione ai problemi che sollevano per un fisico.

L’ennesima relazione sulla complessità – ma stavolta l’analogia è solo di chi scrive – è stata tenuta da Calandra che ha spiegato la “struttura” dell’Istituto per la fisica della materia, un complesso di ricerca diviso in mille rivoli che gode di minimi finanziamenti (solo 30 miliardo l’anno) e che nonostante tutto acquisisce fondi concorrendo a bandi europei e battendosi con strutture ben più agguerrite. La giornata di sabato si è conclusa con una tavola rotonda che prevedeva la presenza di Magris – in forza al Laboratorio interdisciplinare – e di Mauro Ceruti, del fisico Zanarini e di uno scienziato-scrittore, Longo. Si sono affrontati molti livelli e con “tagli” diversi: dalle difficoltà rappresentate dall’estrema specializzazione, alla presenza dei pidgin in ogni disciplina, alla rilevanza dei media, alla difficoltà della divulgazione. Magris ha sostenuto, e giustamente, che i mali che affliggono la divulgazione non sono molto distanti da quelli che toccano le pagine culturali dei giornali. Il tema, forse per la sua complessità, si presta bene ad essere approfondito nelle prossime sessioni.”

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